Povera l’Italia che Studia

Sta girando in queste ore il video di una sessione di Didattica A Distanza (DAD), presumibilmente di un sesto anno di una non meglio identificata facoltà di Medicina e Chirurgia. Nel video, la studentessa interrogata fa un errore abbastanza serio per il suo livello (parla di replicazione cellulare in riferimento ad un tessuto patologico / cadaverico, ossia morto) e viene severamente redarguita dal professore di fronte al resto della classe. Il siparietto, condito da espressioni in dialetto locale, viene ulteriormente aggravato dalla madre della malcapitata che entra a gamba tesa a difendere la figlia con il professore.

Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere.

Ci occupiamo raramente di episodi simili, come sapete, ma questo in particolare ci sembra un ottimo spaccato di tutto ciò che non va negli ambienti universitari italiani.

La studentessa compie indubbiamente un errore grave, pur con tutte le scusanti del caso: a qualcuno qui non è mai capitato di dire una castroneria agli esami? O di esserne stressato/a ai limiti dell’obnubilamento mentale? Se così fosse, sarebbe singolare. Ancora più grave, anche se umanamente comprensibile, l’intervento della madre, su cui andrebbe fatto un post a parte.

Ma (unpopular opinion) la reazione del professore è del tutto non giustificabile.

Innanzitutto ancora una volta non si capisce esattamente per quale motivo, in Italia, sia motivo di orgoglio e di ammirazione la sistematica umiliazione degli studenti o dei giovani in formazione come fossero esseri umani di serie B. Questo atteggiamento è tuttora troppo diffuso in tutto lo stivale e costituisce la lunga coda di una didattica bizantina, retrograda e completamente controproducente nel contesto odierno (e probabilmente lo era anche in contesti passati).

In secondo luogo, chiunque prenda a cuore l’insegnamento come mezzo per far crescere i professionisti del futuro sa benissimo che il fallimento di uno studente è il fallimento di un docente. Anziché sbraitare sulla mancata preparazione di una studentessa, forse sarebbe il caso di domandarsi perché quell’errore così strano sia stato commesso e cosa si sia sbagliato nel processo di formazione. Sei anni e tanti esami dopo sbraitare serve a pochino.

Qualche idea ce l’abbiamo, senza puntare il dito sul contesto specifico (del quale, sia chiaro, non sappiamo nulla). E questa idea riguarda il mondo universitario italiano nel suo complesso, un mondo in cui non tutti ma ancora troppi professori fanno poco o per niente lezione, l’offerta formativa sul territorio nazionale è estremamente discontinua e manca una cultura della didattica universitaria intesa come stretto rapporto professore-alunno che crescono insieme e si arricchiscono a vicenda.

Dopo un rapido giro di consultazioni, per l’ennesima volta siamo finiti a raccontarci una pletora di simili, orribili episodi: professori che insultano alunni agli esami, assistenti sistematicamente chiamati a fare lezione al posto del docente, tesi di laurea date e mai rilette (neanche nel giorno della discussione), e così via.

Con queste premesse, il fatto che qualcuno parli di cellule che si riproducono in un cadavere ci sembra proprio il minimo sindacale. Curioso che, come spesso accade, molti si stiano precipitando a sbeffeggiare la studentessa senza considerare che orribile scena sia, quella, per un’accademia italiana sempre più in difficoltà. Umberto Eco definiva gli italiani “antropologicamente fascisti”. Era vero ieri come oggi.