Politici o Influencers: chi fa politica nell’era dei social media?

Siamo tutti d’accordo che nel 2021 i social media costituiscono un’importante arena del dibattito politico. Ma siamo sicuri che siano ancora i politici a fare politica? Per qualcuno che si occupa di comunicazione, la questione è sicuramente interessante. 

I social media sono prepotentemente entrati a far parte della vita quotidiana di circa 3,5 miliardi di persone in tutto il mondo, e il numero è in continua crescita. Dopo aver rivoluzionato già molti aspetti della nostra società, è sempre più evidente come anche l’ambito della politica stia attraversando dei cambiamenti significativi dovuti all’avvento degli strumenti di comunicazione digitale. I pareri sull’implicazione dell’uso dei social media come strumento di comunicazione politica sono divergenti. Alcuni studiosi affermano che l’uso dei social in questo senso sia positivo poiché la possibilità di esprimere la propria opinione, concessa in maniera egualitaria a tutti gli utenti, stimolerebbe la partecipazione democratica degli individui al dibattito politico e favorirebbe il coinvolgimento dei cittadini nella politica.  A questa visione, pareri contrari argomentano con l’assenza di studi che confermano che l’aumento del coinvolgimento dei cittadini in dibattiti di natura politica è una conseguenza dell’uso dei social media. 

Se è vero che i nuovi strumenti digitali contribuiscono ad incoraggiare la partecipazione e la rappresentanza politica, è altrettanto bene tenere a mente che hanno però anche contribuito a dinamiche più negative, come la disinformazione, tramite la diffusione di fake news, e la propaganda a scopo manipolativo. È risaputo che gli utenti, bombardati da informazioni, non sempre sanno proteggersi dalla disinformazione. Il più grande pericolo che ne deriva è che questa possa generare, o alimentare, delle percezioni o credenze erronee oppure prive di fondamento. È chiaro quindi come questo processo possa risultare rischioso quando si a che fare con questioni di natura politica, che possono tradursi in azioni concrete quali la preferenza di un partito, o una personalità politica, piuttosto che un’altra, in sede di elezione. 

Alla riflessione su quale ruolo giochino i social media nel dibattito politico, segue l’analisi di quale siano i principali attori di questo dibattito, e se questi corrispondano ancora ai tradizionali politici di professione. Abbiamo assistito qualche giorno fa ad una prova potente di come, a sollevare l’attenzione mediatica su temi di carattere politico e sociale, non siano più solo i politici. 

Il caso di qualche giorno fa della telefonata con la Rai postata dal cantante Fedez nei propri profili social è emblematica e ci offre un grande spunto di riflessione. Per chi non avesse seguito l’accaduto, la polemica si è scatenata in occasione del Concerto del Primo Maggio, quando Fedez ha accusato i vertici di Rai3 di aver esercitato delle pressioni sul cantante allo scopo di censurarne parte del discorso. Ciò che sarebbe stato giudicato “inopportuno” nel discorso proposto da Fedez, secondo la vicedirettrice di Rai 3 Ilaria Capitani e collaboratori, come emerso dalla telefonata pubblicata, era la menzione esplicita di nomi di personaggi politici e rispettivi partiti. Questi venivano infatti chiamati in causa per aver pronunciato delle frasi indubbiamente omofobe nei confronti della comunità gay.

Il cantante si è infatti già dichiarato pubblicamente e in molteplici occasioni un convinto sostenitore del Ddl Zan, il disegno di legge contro l’omotransfobia e la misoginia, che stabilisce misure preventive contro la discriminazione e la violenza per motivi fondati sul sesso, orientamento sessuale, genere, identità di genere e disabilità. Dopo essere stato approvato il 4 novembre 2020 alla Camera, la Commissione Giustizia ha scelto di rinviare l’esame del Ddl Zan in Senato. A scatenare la rabbia del cantante, che non ha esitato a condividere con i follower, è stata la decisione del Senatore Pillon di valutare come “non prioritaria” la legge, il giorno 31 marzo. 

Ma non è la prima volta che il cantante, assieme alla moglie Chiara Ferragni, imprenditrice digitale e fashion blogger, espone pubblicamente le proprie idee politiche sui social. Non solo, i due coniugi mobilitano spesso la propria comunità di follower, che nell’insieme ammonta a 35,8 milioni di persone. In occasione, per esempio, della raccolta fondi per il San Raffaele di Milano nel marzo 2020, i Ferragnez hanno lanciato una campagna record che ha raccolto quasi 4.5 milioni di euro e superato 180 mila condivisioni online. Un risultato senza precedenti raggiunto grazie all’uso dei social media. Ma il soft power della coppia non è passato inosservato, tanto che lo scorso autunno i due sono stati contattati personalmente dall’allora Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, con una richiesta di aiuto a far rispettare i Dpcm e l’obbligo di mascherina. 

Sicuramente una gran parte della popolazione gioisce nel sentirsi rappresentata su tematiche di carattere etico o politico da personaggi con un seguito digitale così esponenziale da poter arrivare a influenzare l’agenda parlamentare. C’è chi, invece di interpretare queste azioni come tentativi di sensibilizzazione su tematiche importanti, denuncia il rischio di trasformare la politica in uno show, o come propaganda populista. Il potere degli influencer spaventa. Due considerazioni. Primo: gli influencer arrivano ad una fetta della popolazione che non è altrimenti coinvolta nel dibattito politico, soprattutto Millennials e Gen Z: gli elettori e politici di domani. Secondo: Il 54% dei consumatori si affida al giudizio degli influencer nei social media (GlobalWebIndex, 2019) nell’acquisto di prodotti. Questo dato dimostra che gli influencer ispirano fiducia in un brand. Perché non poter dire lo stesso anche di un partito? Di una personalità politica? O di un orientamento politico?

Nell’era dei social media, tutto si adegua alle regole del digitale. Anche la politica. I canali di comunicazione non sono più quelli tradizionali, così come gli attori che ne prendono parte. È difficile prevedere le implicazioni di un processo che non ha precedenti quando questo è in atto, ma non possiamo fare a meno di registrare le tappe che attraversiamo durante il percorso. Sembra però si possa già dire che a fare politica non siano solo i politici, nell’era dei social media.  “L’unica speranza per riformare la ricerca italiana è che il piccolo Leone voglia fare lo scienziato”, è stato twittato da un mio contatto. Io aggiungo, ancora più speranzoso se a voler fare la scienziata fosse la sorellina. 

Autrice: Giulia Busolin