Pandemia, Welfare & Riforme

Secondo lo “Stringency Index” dell’Università di Oxford, le misure messe in atto dallo Stato Italiano per limitare la diffusione del virus COVID-19, sono state più restrittive di quelle adottate in media nello scenario dei paesi occidentali ed europei (Fig. 1). Come ben noto dal dibattito pubblico, l’impatto economico di tali decisioni è stato non solo fortemente negativo, ma anche ripartito in maniera molto diseguale tra le diverse categorie economico-sociali. Non aver avuto la capacità di bilanciare l’asprezza delle misure deliberatamente adottate con delle politiche sociali effettivamente capaci di supportare e redistribuire il reddito verso le categorie più colpite, è probabilmente la principale critica che viene rivolta ai governi che hanno gestito (e stanno gestendo) la crisi pandemica. Qui prescindiamo da una valutazione sull’efficacia delle misure sanitarie adottate, mentre vogliamo suscitare delle riflessioni in chi legge sul sistema di welfare italiano, le sue criticità, e su perchè la crisi attuale potrebbe rappresentare una grande opportunità di riforma.

Figura 1: Misura della restrittività delle misure di controllo della pandemia - Elaborazione su "Covid 19 Government Response Tracker", University of Oxford.

Iniziando dalla teoria economica, cos’è ed a cosa serve un sistema di welfare? Parlando di welfare ci riferiamo ad un insieme di istituzioni e misure di cui uno stato si dota, volti a stabilire dei meccanismi di solidarietà sociale. In questo senso, parte delle risorse raccolte dai contribuenti vengono destinate alla messa in atto di una serie di meccanismi che fungono da assicurazione contro i potenziali rischi a cui naturalmente ci espone il vivere quotidiano, cercando di garantire la dignità e l’integrazione sociale degli individui. E dunque, abbiamo la sanità pubblica, i sussidi di disoccupazione e alla famiglia, i sussidi per le disabilità, le pensioni e così via. 

Sul piano teorico, il consenso è abbastanza diffuso su quali debbano essere i principi fondanti del funzionamento di un sistema di welfare

  • Macro-efficienza: ossia dedicare una percentuale della ricchezza nazionale che risulti adeguata a quelli che sono gli obiettivi perseguiti dalle politiche sociali;
  •  Micro-efficienza: ossia l’adeguata ripartizione delle risorse  raccolte attraverso la tassazione tra le diverse categorie sociali;
  • Equità: nella distribuzione delle risorse stesse. 

Questi concetti generali possono essere poi declinati ed organizzati nelle più svariate forme a seconda delle ideologie politiche di riferimento ed a seconda delle priorità che ogni policy-maker si propone: per un utilitarista l’obiettivo principale di tali politiche sarà la massimizzazione del benessere totale, per un liberale la tutela delle prerogative individuali, per un socialista l’equità. Senza entrare nel merito dei tecnicismi attraverso i quali questi diversi sistemi siano strutturati, cerchiamo invece di stimolare una riflessione sui principi di equità ed efficienza nel caso italiano. Passiamo pertanto dalla teoria all’osservazione empirica dei dati. 

In primo luogo i volumi di spesa, tra i paesi OCSE, l’Italia  è uno dei paesi che dedica una maggiore frazione della ricchezza nazionale alle politiche sociali, circa il 28% del prodotto interno lordo (Fig. 2). Solo la vicina Francia e diversi paesi del nord Europa dedicano una maggiore percentuale di risorse al welfare che l’Italia.

Figura 2: Spesa sociale totale – Dati OCSE (2019)

Di per sè, ciò non ci dice nulla rispetto a se questa spesa sia o meno efficiente nei termini prima descritti. Di fronte però  ad una spesa più elevata della media OCSE, gli indicatori socio-economici italiani mostrano tendenzialmente una performance inferiore alle medie degli altri paesi. Si prendano ad esempio gli indici di povertà e di disuguaglianza del reddito. I livelli di povertà media italiani sono tra i più alti delle economie avanzate, ed oltretutto, nel nostro paese la variabilità dei tassi di povertà tra classi di età è molto più marcata che nella maggior parte delle economie europee. In parole povere, i giovani sono più poveri degli anziani (il che non sorprende), ma in maniera più marcata che nel resto dei paesi qui osservati.

Se si guarda poi agli indicatori di disuguaglianza del reddito il quadro è abbastanza analogo, con l’indice di Gini italiano che è maggiore rispetto a quello di almeno altri 22 paesi europei. Infine, buttiamo un occhio anche alle tematiche demografiche e di genere. Il grafico seguente mostra la variazione congiunta dell’inclusione femminile nel mercato del lavoro e della fertilità, in diversi paesi dal 1960 ad oggi. Sebbene per quanto riguardi la fertilità il trend sia fortemente negativo per la gran parte delle economie avanzate (attenzione al caso tedesco), l’Italia registra anche uno dei minori incrementi nel tasso di partecipazione femminile alla forza lavoro. 

Figure 3: Tassi di fertilità e partecipazione femminile al lavoro – Dati World Bank (2019)

Alla luce di questi dati, sorgono dei dubbi sull’efficienza delle politiche sociali nel perseguire gli obiettivi di integrazione e riduzione delle disuguaglianze. Sostanzialmente, spendiamo molto in ottica comparata con altri paesi ottenendo però risultati meno apprezzabili. 

Sul lato dell’equità, da una scomposizione della spesa pubblica, si osserva come più del 70% della spesa sociale totale sia diretta in maniera predominante alle fasce più anziane della popolazione, ovvero in pensioni e sanità. Nonostante livelli di disoccupazione e disoccupazione giovanile strutturalmente elevati, bassa fertilità, bassa partecipazione femminile al mercato del lavoro, in Italia solo il 17% del welfare si dedica al complesso di disoccuazione, politiche attive e famiglia.

Figure 4: Scomposizione della spesa sociale per categorie – Dati OCSE (2019)

Dunque che ne è del principio di equità? Non pervenuto. Sembra, a chi scrive, che l’equità del welfare non sia una tematica cara agli amministratori della res publica nostrani. 

Ma allora quale migliore occasione per cercare di raddrizzare le storture di un sistema così costoso, inefficiente ed ingiusto se non in concomitanza con una crisi globale che rischia di perpetuare ed esacerbare le disuguaglianze già esistenti? La pandemia, con il crollo dell’attività economica e l’aumento delle tensioni sociali che ne conseguono, potrebbe rappresentare un’occasione irripetibile per  ridare al welfare italiano le prerogative di equità ed efficienza che sembra aver perso da tempo. Un ribilanciamento delle voci di spesa ed un ampio piano di riforma sarebbero auspicabili, iniziando da una valutazione di come le misure anti-covid abbiano impattato sulle diverse compagini produttive della società. Se si facesse questo esercizio, in maniera abbastanza scontata, si scoprirebbe che le categorie maggiormente danneggiate dalle decisioni governative in materia di covid coincidano  ampiamente con quelli che già erano i “dimenticati del welfare”. L’occasione per “prendere due piccioni con una fava” sembra pertanto irripetibile. Al riguardo, l’instaurazione del governo Draghi ha suscitato entusiasmo e speranze in molti, auguriamoci che non si trasformino nell’ennesima amara delusione. 

Autore: Andrea Celico

Fonti:

  • Barr, Nicholas. Economics of the welfare state. Oxford University Press, USA, 2020