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Virus creati in laboratorio – Complottismi meravigliosi e dove trovarli

In questi giorni stanno nuovamente rimbalzando, sui social, varie dichiarazioni in base alle quali il Coronavirus sarebbe stato creato in laboratorio. Teoria sostenuta nientemeno che da un premio Nobel (qui un articolo di debunking) e da una virologa cinese le cui dichiarazioni hanno riacquistato visibilità proprio nelle ultime settimane (questo video in particolare è stato condiviso da diversi canali).

Rimandiamo a fonti più autorevoli della nostra i motivi per cui questa teoria non sta molto in piedi: qua un ottimo video in inglese, e qua uno in italiano.

Parliamo invece del problema alla base: la diffusa mancanza di una cultura e di una mentalità scientifica di base. Lo facciamo perché questo fenomeno delle tesi complottistiche si ripropone ormai con frequenza parossistica, al punto da essere diventato un serio problema sociale.

Attenzione, qui non stiamo dicendo che tutti debbano essere Sheldon Cooper, ma che al momento l’istruzione di base (in Italia ottima sulle materie umanistiche e questo è sicuramente un merito) spesso non fornisce gli strumenti analitici basilari per distinguere una ipotesi con basi solide da una illazione.

Va innanzitutto specificato che pensiero critico non significa prendere per buona qualsiasi cretinata alternativa alla versione ufficiale. O mettere in discussione tutto per il solo principio di andare “contro il sistema”. Perché, se di immunologia la persona non addetta ai lavori ne sa giustamente poco ma tende a mettere in dubbio le verità scientifiche sui vaccini, quella stessa persona non si fiderebbe così facilmente se gli si dicesse che il cielo è verde o che gli asini volano. Il paragone non è esagerato: il fatto che non si abbiano le competenze per comprendere un argomento non significa affatto che quell’argomento non sia fondato su basi solide e più che verificate.

Le fonti ufficiali sono, appunto, spesso più attendibili: perché? Quando una nuova teoria viene concepita, va testata seguendo una lunghissima serie di passaggi. A questo si dedicano diversi gruppi di lavoro, a diverse latitudini e con diversi interessi, spesso in competizione (Neil De Grasse Tyson lo spiega probabilmente meglio di chiunque altro). Man mano che l’evidenza scientifica si accumula e si solidifica, gli organi ufficiali la prendono in considerazione e la vagliano. Quando, infine, sulla stessa teoria centinaia di scienziati impegnati nella ricerca e gruppi di lavoro producono il più alto livello di evidenza scientifica possibile, solo a quel punto questo viene accettato a livello nazionale ed internazionale. I vaccini, per esempio, rientrano in questo ambito. Possono sbagliarsi nonostante tutto? Sì, ma le probabilità sono infinitesimali. In compenso, nel caso della testimonianza individuale pur suffragata da una lunga esperienza, infinitesimale è la possibilità che sia corretta.

Detto in soldoni, la più bassa forma di evidenza scientifica disponibile è l’opinione del singolo individuo. Può essere qualcuno con la licenza elementare o un tristemente noto Premio Nobel con il pallino del complottismo. Da un punto di vista pratico la loro opinione vale quasi zero. Cittadini informati e dotati di un serio spirito critico dovrebbero rimanere profondamente scettici di fronte a dichiarazioni di questo tipo: serve infinitamente di più di un “l’ho visto” o un “credetemi, ve lo nascondono” per ritenere una teoria valida. Se qualcuno dicesse che i tumori cerebrali si curano con la colla, senza portare come minimo requisito un trial clinico randomizzato doppio cieco con almeno un migliaio di pazienti testati, gli dovremmo dire di andarsene a casa e di smettere di drogarcisi, con la colla.

Questo concetto vale anche per il singolo studio. In letteratura si possono trovare studi che affermano praticamente qualsiasi cosa e il suo contrario. La scienza ha bisogno di molto di più di un singolo studio per costruire il cosiddetto “corpo di evidenze” che costruisca una verità scientifica. Gli studi sul Coronavirus creato in laboratorio, o peggio ancora sulla sesquipedale cialtronata del Coronavirus causato dal 5G, sono tutti apparsi su riviste minori, spesso “pay to publish” (riviste che gli autori pagano per farsi pubblicare gli articoli, fenomeno diventato endemico negli ultimi anni), e con metodologie di raccolta dati e di analisi statistica neandertaliane. Sembrano dettagli ma sono fondamentali: uno studio con una metodologia statistica discutibile produce risultati discutibili (qua alcuni esempi molto divertenti di correlazioni spurie). Un paper tristemente assurto agli onori della cronaca metteva in correlazione 5G e sviluppo del coronavirus nelle cellule cutanee. Per una settimana fu rilanciato da una valanga di utenti su tutti i social possibili e immaginabili. Era un editoriale pubblicato su una rivista “pay to publish”: l’equivalente scientifico di un blog indipendente, per giunta di pessima qualità.

Pertanto, il luogo comune in base al quale la scienza “dovrebbe farsi venire i dubbi” va completamente ribaltato: è il singolo che deve farsi venire i dubbi se una teoria scientifica non ha superato gli esami e non è diventata verità. Perché è assai probabile che si tratti di mondezza.

Concludendo, e applicando quanto detto all’esempio di cui sopra: non stiamo dicendo che il Coronavirus non sia stato creato in laboratorio, stiamo dicendo che tutta l’evidenza scientifica prodotta finora in questo senso non soddisfa i requisiti minimi per rendere questa teoria minimamente verosimile.