23 Maggio 1992: La semplicità dell’abnegazione

Il 23 Maggio 2021 ricorre il 29° anniversario dalla strage di Capaci, che rese consorti nel lasciare questa terra, il giudice Giovanni Falcone, la moglie, anche lei magistrato, Francesca Morvillo e tre uomini della scorta: Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani.  Nel volere doverosamente ricordare la struttura umana e la statura professionale di Giovanni Falcone, occorre partire dalla rivoluzionaria interpretazione che ha caratterizzato il suo ruolo di magistrato.

Infatti, egli fu il primo a contraddistinguere la sua professionalità per un metodo di indagine dal rigore quasi scientifico: per riuscire ad ottenere una conoscenza della realtà oggettiva, affidabile e sempre verificabile era necessario “un rigore quasi matematico nella ricerca della verità” (Marcelle Padovani). Da questo principio nasce così un metodo investigativo inedito, caratterizzato da cooperazioni giudiziarie internazionali, indagini finanziarie e patrimoniali e che si è imposto come un modello da seguire in tutto il mondo.

Il giudice Falcone fu senza dubbio un innovatore nel suo campo: l’identificazione di una struttura unitaria e verticistica di Cosa Nostra, gli permise di utilizzare le norme a sua disposizione secondo una nuova prospettiva e di riconoscere i principali punti critici della criminalità organizzata. Negli anni ’80, dopo le prime esperienze tra Lentini e Trapani, Giovanni Falcone venne coinvolto in un progetto che rappresenterà una pietra miliare nella lotta a Cosa Nostra: il pool antimafia.

Nata da una brillante intuizione di Rocco Chinnici, capo dell’Ufficio Istruzione al palazzo di giustizia di Palermo, questa task force volle centralizzare le indagini al fine di favorire la circolazione delle informazioni emerse e costruire uno scenario globale sul fenomeno che stava emergendo. Così nacque un Osservatorio specializzato sui casi di stampo mafioso, caratterizzato da un accentramento di competenze e conoscenze delle dinamiche di Cosa Nostra. Inoltre, questo metodo permise ai suoi membri di condividere un’esperienza totalizzante dal punto di vista umano, formando un gruppo coeso e un’identità forte di squadra. Il lavoro nel pool antimafia segnò fortemente la cultura giuridica del giudice Falcone che in un’intervista alla giornalista Marcelle Padovani dichiarerà: “Professionalità nella lotta alla mafia significa anche avere la consapevolezza che le indagini non possono essere monopolio di un’unica persona, ma sono frutto di un lavoro di gruppo. L’eccesso di personalizzazione è il pericolo maggiore delle forze antimafia”.

Gli anni di duro lavoro di questa task force, guidata da Antonino Caponnetto e composto da Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta, con il sostegno, alla Procura della Repubblica, di Giuseppe Ayala, aprirono la strada a qualcosa di inimmaginabile: il 10 Febbraio del 1986, si avviò a Palermo un processo penale per crimini di mafia per 475 imputati, il cosiddetto Maxi Processo. Alla base di questa mega-inchiesta c’è il rapporto di polizia redatto dal vicequestore della squadra mobile Ninni Cassarà, poi ucciso, in cui viene ricostruita, con dovizia di particolari, l’origine della guerra di mafia che porterà i corleonesi di Totò Riina ai vertici dell’organizzazione criminale del capoluogo.

Il giornalista Antonio Calabrò definisce il maxiprocesso come un monumento giuridico: indagini ben fatte da polizia, carabinieri e guardia di finanza, in piena collaborazione e non in conflitto. Istruito con sapienza e scrupolo cercando prove in dati, fatti, documenti e trovando sempre riscontri alle rivelazioni dei “pentiti”. La vittoria dello Stato fu netta: 19 ergastoli e pene detentive per un totale di 2665 anni di reclusione, condanne quasi tutte confermate dalla Cassazione all’inizio del 1992.

Nonostante il limpido successo, dopo il trasferimento di Antonino Caponnetto e l’elezione di Antonino Meli, questo gruppo di lavoro fu depotenziato dapprima, ritornando ad un principio di decentralizzazione delle indagini, e finì con l’essere definitivamente abolito nel Marzo 1988. La diaspora di tutti i membri del pool in diversi ruoli e in diverse città d’Italia, comportò la caduta dell’organismo collettivo che era riuscito a proteggere le singole responsabilità e a custodire i risultati ottenuti grazie alla condivisione giornaliera sui progressi sulle varie indagini. Questo momento fornì alla mafia l’occasione per preparare una dura e spietata vendetta nei confronti degli
uomini che erano riusciti a metterla in ginocchio.

La mafia, per nascondere la piccolezza dell’atto, decise dunque di fare le cose in grande e di predisporre 500 chili tritolo in un cunicolo di drenaggio sotto l’autostrada che collega l’aeroporto di Punta Raisi e la città di Palermo.

Alle 17:58 del 23 Maggio 1992, l’esplosione uccide il giudice Falcone, la moglie Morvillo e gli uomini della scorta.

Alle 17:58 del 23 Maggio 1992, l’esplosione “infiamma” i cuori di tutti i palermitani, i siciliani e gli italiani.

Un atto volto ad intimorire e ad opprimere gli animi nel terrore ebbe l’effetto opposto. Ed è così che l’esplosione del 23 Maggio 1992 non squarcia solo l’autostrada di Capaci, non squarcia i corpi innocenti di 5 persone, ma rappresenta il momento esatto in cui viene squarciato definitivamente il velo di Maya, di Schopenhauriana memoria, sul fenomeno mafioso e avvia una rivoluzione culturale, sociale e politica che ancora oggi stiamo vivendo.

La testimonianza di Giovanni Falcone, ci permette di comprendere come un uomo fedele ai propri desideri e principi possa orientare la sua vita verso ciò che, per l’io, ha valore. La semplicità dell’abnegazione, il titolo di questo articolo, si traduce proprio nell’identificazione della vocazione insita in ogni essere umano e nel rimanerle fedele a qualsiasi costo, incarnandone il reale concetto di libertà per il quale vale la pena vivere, sperare e perfino morire.

“Ci sono cose che non si possono fermare: la volontà ereditata, i sogni della gente, lo scorrere del tempo. Finchè le persone avranno sete di libertà, queste cose dureranno per sempre” – Eichiro Oda

Autore: Salvatore Paradiso

Sitografia/bibliografia
Interviste: Giuseppe Ayala racconta Giovanni Falcone – Focus.it
https://libreriamo.it/libri/giovanni-falcone-il-ricordo-di-antonio-calabro/
https://libreriamo.it/libri/ricordare-giovanni-falcone-oltre-la-retorica-lomaggio-di-antonio-calabro/
Cose di Cosa Nostra, Giovanni Falcone e Marcelle Padovani
Giovanni Falcone | Fondazione Falcone