Gli Eventi del Mese – Giulio Anichini


Siamo finalmente tornati anche con la newsletter che, promettiamo, diventerà appuntamento fisso mensile.

 

Nel frattempo, è successa poca roba. A parte che il Congresso degli Stati Uniti sia stato preso d’assalto (cosa che non succedeva dal 1812), il Presidente di detti Stati sia stato bannato dai due più grandi social mondiali, l’Unione Europea ha perso definitivamente un suo membro e in Italia uno dei partiti della maggioranza (il più piccolo, ironia della sorte) abbia scatenato l’ennesima crisi di governo in un momento particolarmente delicato per il nostro paese.

I tre eventi meritano articolate analisi che approfondiremo nel corso delle prossime puntate del Pub e sui nostri social (se vi siete persi la live sulla crisi di governo (con praticamente metà degli esponenti del Parlamento), potete ricuperarlo qui). Al momento ci limitiamo a dire quanto segue, come già anticipato online.

Sui fatti di Capitol Hill, quanto avvenuto stupisce fino ad un certo punto. La polarizzazione estrema della politica americana, ontologicamente presente da anni, si è ulteriormente acutizzata negli ultimi 4, causa un Presidente divisivo (al netto del giudizio sulle sue politiche, di cui si può tranquillamente avere una ottima opinione) ed un clima internazionale decisamente poco conciliante. La crisi è in parte self-inflicted. Questo succede quando si gioca con l’emotività dell’elettorato, sfruttando la propaganda per fini che travalicano il limite della democrazia e del sano equilibrio tra le parti. Questo succede a confondere cause ed effetti con una disinvoltura che solo certo post-modernismo estremo ha proposto finora e che solo questa generazione spericolata di politici ha tentato. Sarebbe stato meglio che il primo rimanesse relegato alle mostre d’arte e i secondi fuori dai palazzi della politica. Adesso, purtroppo, assistiamo sgomenti ad i risultati. Speriamo di sbagliarci, ma temiamo che valga il detto anglo-sassone “more to come”.

Quasi diretta conseguenza delle parole ambigue di Trump durante il rally immediatamente precedente al putiferio è stato il suo ban da Twitter e da Facebook. Precedente gravissimo sulla libertà di espressione o atto dovuto nei confronti di una figura pubblica che ha platealmente incitato alla sedizione? Probabilmente entrambe le cose. È più che verosimile che il ban sia stato esclusivamente utilitaristico: i rispettivi CEO non volevano essere in alcun modo associati ad un sospetto tentativo di colpo di stato (poco importa, anche qui, se questa fosse un’esagerazione mediatica, cosa che probabilmente era). Eppure, questo provvedimento entra a gamba tesissima nel dibattito sul ruolo dei social. Sono piazze o sono editori? Perché nel primo caso queste censure sono assolutamente fuori luogo. Nel secondo caso la responsabilità sui contenuti è disattesa riguardo a molti altri utenti. Inclusi dittatori, gruppi neofascisti o terroristici, ecc.

Il problema è particolarmente spinoso se si riflette sul ruolo di queste piattaforme nel plasmare la politica mondiale e soprattutto nella delegazione di responsabilità che un governo sta de facto operando nel trasferire il potere di censura e/o veto a dei privati. Ne avevamo già parlato con Andrea Lombardi. Il dibattito è apertissimo, anche al Pub, e non abbiamo tuttora raggiunto una posizione netta. Due aspetti vanno specificati, tuttavia, per onestà intellettuale. Il primo è che al momento non esiste, da un punto di vista logistico, un reale pericolo per il singolo cittadino. I ban hanno fatto seguito ad una situazione estrema. Minimizzare sulle responsabilità di Trump e di parte del partito repubblicano sui fatti di Capitol Hill è, a nostro giudizio, erroneo. Il secondo è che un errore altrettanto clamoroso sarebbe ignorare il fatto che un Presidente degli Stati Uniti in carica sia stato bannato da piattaforme private con miliardi di utenti a completa discrezionalità delle piattaforme stesse. È un fatto grave, serio, su cui si deve discutere, probabilmente legiferare, e che non può offrire il fianco ad arbitrarie discrezionalità sulla libertà di espressione dei singoli.

Saltando al di qua dell’Atlantico, preferiamo al momento evitare di soffermarci troppo su Brexit (argomento a cui dedicheremo pezzi e puntate apposite) e fare un momento il punto della situazione sulla crisi italiana.

A meno che non siate vissuti su Marte, saprete che la scorsa settimana le Ministre Bellanova e Bonetti si sono dimesse dal Governo Conte 2. Le dimissioni fanno seguito ad una crisi di governo innescata a fine Dicembre e che nasce da una polemica, da parte di Italia Viva (IV), sull’utilizzo dei fondi europei del piano Next Generation EU – NGEU. IV, come si vociferava, si è astenuta sul voto di fiducia al Senato. Si stanno creando i presupposti per dover formare un nuovo governo verosimilmente retto da una nuova maggioranza? O, in alternativa, andare al voto? La terza opzione sul tavolo è quella del rimpasto di governo, al momento improbabile. I personalismi dietro a questa crisi sono evidenti e sicuramente rappresentano un punto centrale. Non difendiamo la scelta di Renzi né la attacchiamo (anche qui, le opinioni nel Pub sono diverse). Un aspetto, tuttavia, che a noi pare fondamentale è la diffusa tendenza a discutere di strategie e di alleanze piuttosto che di contenuti. Tendenza divenuta così diffusa e capillare da farci dimenticare come la gestione di questi fondi sia, a tutti gli effetti, una decisione cruciale per almeno tre generazioni e per i prossimi 20 se non 30 anni di storia del nostro paese.

I fondi di NGEU devono essere spesi in un’ottica di investimenti e di riforme strutturali che garantiscano ritorni di un ammontare ben definito entro un determinato periodo di tempo. Altrimenti diventeranno un debito. E, dal momento che questo debito sarà condotto in assenza delle famose riforme strutturali, il suo peso sarà insostenibile per chi dovrà confrontarcisi allora. Cioè noi. Questo non è un aspetto secondario, è un punto cruciale, forse uno dei passaggi più importanti nella storia del nostro paese dal secondo dopoguerra. Come tale va trattato. Renzi può aver fatto Renzi, su questo non ci piove, ma la deresponsabilizzazione collettiva che il silenzio di molti suoi alleati suggerisce è assolutamente raggelante. Transeat i 5S, ma il PD?